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Non bastano gli occhi per cogliere il senso profondo dei Riti Settennali di Guardia Sanframondi. Quelli sono sufficienti a suscitare curiosità, risolini, qualche commento a bassa voce sul fatto che, in fondo, i battenti «non si fanno troppo male» con la spugna e gli aghi bagnati dal vino. Questo è lo spettacolo, quella parte della giornata conclusiva dei Riti che attrae decine di migliaia di turisti per le strade e i vicoletti di Guardia. Ma il senso vero dell’evento è altro, ed è possibile coglierlo anche per lo «straniero» che, per la prima volta, si immerge in un’atmosfera mistica e sconosciuta. Forse bisogna chiuderli gli occhi per comprendere il significato umano dei Riti. Lasciarsi guidare dal rumore dei passi sul selciato, dall’odore acre e pregnante del vino infuso sulle ferite, da quel bianco di sai e cappucci che, se ben valutato, disvela un mondo anziché celare una persona. Ebbene il mondo è quello attuale, mai anacronistico, purtroppo, della sofferenza. E la penitenza, imposta con la spugna a spilli o con i flagelli, è solo un mezzo per superare il dolore dello spirito prima ancora che quello del corpo. Così i battenti, che sono persone e non attori, procedono in processione per le motivazioni più varie. C’è chi effettivamente desidera fare penitenza per i peccati ma c’è anche chi chiede una grazia. E quest’anno, tra i circa 1000 battenti, c’era una grandissima percentuale di donne. Le si riconosceva a male pena, dall’andatura, dalla diversa scollatura sul saio bianco. Ma la loro presenza era anch’essa un messaggio. Di uguaglianza, di condivisione di una sofferenza che, troppo spesso, nelle famiglie, viene caricata sulle donne più che sugli uomini. Uomini e donne insieme quindi, in fondo persone che hanno vissuto ieri un’esperienza attuale. Hanno rinnovato il desiderio di amore e di vita, mettendo sul piatto la necessità di soffrire per continuare a sperimentare l’uno e l’altra.


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